Perchè andare a votare
Questo è un pezzo sul perché andare a votare che apparirà nel prossimo giornale di Puntaccapo, un’associazione di Ginosa, provincia di Taranto, con la quale collaboro. E ho fatto pure pubblicità! Quindi se siete di quelle parti nei prossimi giorni potreste leggerlo sul giornalino che sarà presto pubblicato.
In risposta ci sarà anche l’articolo di Nik sul perché non andare a votare (siamo ‘na coppia proprio strana, lo so). C’era anche la versione più lunga, il director’s cut, ma meglio mettere quello che andrà effettivamente in stampa.
PERCHE’ ANDARE A VOTARE
Il recarsi alle urne è prima un dovere e poi un diritto
In una democrazia rappresentativa, quale quella del nostro paese, i rappresentati del popolo vengono eletti dallo stesso tramite pubbliche elezioni. Al momento, questo è l’unico modo in cui il popolo può far sentire la propria voce. Messa in questo modo, dunque, votare è per ogni cittadino italiano, prima di tutto, un dovere e, solo in seguito, un diritto.
Diritto che è stato spesso calpestato in tempi contemporanei e che, tra il 1700 e il 1800, costituiva un privilegio spettante alla sola nobiltà o ai ceti più istruiti, escludendo addirittura intere categorie di persone, come quella delle donne: in Svizzera, addirittura, non hanno potuto votare fino al 1971 e tuttora in alcuni paesi musulmani non possono farlo.
Le tante lotte fatte per il diritto al voto ci permettono di comprendere quale grande importanza abbia il popolo nel formare un governo e nello scegliere i propri rappresentanti. Difatti, secondo Rousseau, l’elezione è il modo in cui la rappresentanza politica trova la legittimità nella volontà dell’elettore. Siamo noi, quindi, i responsabili delle sorti del nostro Paese. Non andare a votare significa perdere questo grande potere.
Si può obbiettare a ciò affermando che, se una parte della popolazione non si sente rappresentata da nessun politico o gruppo politico, non può votare a casaccio il primo che capita. Decisione rispettabilissima, non legata all’attuale stato dell’Italia. In un momento come questo, la soluzione non è non esprimere il proprio giudizio politico “perché tanto sono tutti corrotti e sono tutti uguali”, non è astenersi dal dare un giudizio (che comunque sarà dato dalla maggioranza della popolazione), ma mettersi in gioco in prima persona, proponendo una propria idea di cambiamento. Chi lo farà e non sarà eletto dovrà prendersela soprattutto con gli astenuti al voto.
La verità è che qualcosa di buono, credetemi, c’è, esiste.
Per chi afferma che non esprimersi alle prossime elezioni possa dare un segnale, che continui pure a sognare: il malessere italiano è nelle piazze, nelle televisioni, nei giornali e nelle statistiche europee che ci vedono superare da paesi quali la Spagna, la Grecia, Cipro. Se si vuole far sentire la propria voce, l’unico modo è gridare a tutto il mondo la propria condizione e non restare zitti ed astenersi.
Chi non andrà a votare si prenderà la responsabilità delle proprie azioni e dell’ipotetico mal/bel governo futuro. Non dovrà, però, avere la presunzione di dire “ve lo avevo detto”, perché il non votante, scusatemi, non ha detto proprio un bel niente.
E contrapporre un governo al niente è quantomeno improbabile.
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